Alcuni Rettori iniziano a scrivere...

La CRUI, insieme a Confindustria, continua a sostenere l'urgenza di approvare il DDL 1905 nonostante le critiche che pionovo da tutte le altri parti.
Alcuni rettori della stessa CRUI però iniziano a prendere le distanze mediante lettere o appelli pubblici.

Forse qualcuno comincia avere il dubbio che il DDL 1905 non aiuterà per nulla il riammodernamento dell'Università pubblica italiana? Se così fosse, io rispondo: finalmente!

Ma lascio la parola ai due rettori.

Rettore del Politecnico di Milano

Il prof. Giulio Ballio ha inviato la seguente lettera a tutti gli studenti e alle loro famiglie qualche giorno fa. Inoltre, oltre a questa lettera, alcuni altri documenti sullo stato attuale della protesta al Politecnico sono disponibili già dalla home page http://www.polimi.it.

Cara Allieva, Caro Allievo,

In questi ultimi due anni stiamo assistendo a una campagna denigratoria, sempre più intensa e aggressiva, nei riguardi dell’Università italiana e di tutti coloro che onestamente vi operano.
E’ una campagna che rischia di demotivare profondamente tutti noi e soprattutto quei giovani che vi sono entrati da poco o che desiderano entrarvi.
E’ una campagna che può indurre legittimi dubbi in Voi e nelle Vostre famiglie.
Spesso le persone che incontro mi chiedono se è reale il quadro che viene rappresentato dai molti interventi riportati dai media, oppure se stiamo assistendo, forse senza rendercene conto, a un attacco teso a sfiduciare le università statali.
Appare legittimo il dubbio che vi sia il desiderio di sostituire l’ università pubblica con un sistema privato, devastando le aspettative di più di un milione e mezzo di famiglie italiane.

In questi giorni si parla di agitazioni dei ricercatori, di richiesta di sospensione delle lezioni, di volontà a non tenere insegnamenti,  di rivendicazioni  da parte di persone che possono sembrare fortunate perché hanno ancora un lavoro, ma alle quali  si sta togliendo quella speranza che li aveva spinti a rinunciare ad attività più remunerative per iniziare quel lavoro che a noi, più vecchi, è sempre parso il  più bel lavoro del mondo: fare ricerca e contemporaneamente insegnare ai più giovani.

Le aspettative di carriera dei più giovani sono deluse. Da più di tre anni non sono banditi concorsi per passare da ricercatore a professore associato e da associato a professore ordinario e non si può ragionevolmente prevedere il numero di anni che dovranno ancora passare prima che questi concorsi vengano banditi. Per non invecchiare senza speranza molti giovani valenti stanno vincendo concorsi per  posizioni di professore in università straniere e  coloro che vanno via non sono sostituiti da  colleghi stranieri che desiderino venire a lavorare in Italia.
Ci viene impedito di fare ricerca con colleghi stranieri anche se riusciamo a farci finanziare da enti pubblici o privati perché un nuovo dispositivo legislativo prescrive di spendere in missioni di lavoro meno della metà di quanto speso nel 2009.

Ci viene impedito di  continuare a offrire una formazione finora apprezzata dal mondo del lavoro perché un recente decreto ministeriale impone una riduzione di insegnamenti e corsi di laurea, indipendentemente dal numero di allievi iscritti. Forse il nostro Ateneo sarà costretto a ridurre le immatricolazioni oppure a chiudere attività didattiche che fino ad oggi hanno soddisfatto le esigenze dei territori in cui il Politecnico è presente.
Ci viene proposto un Disegno di Legge che, seppur necessario, presenta alcuni punti critici:
- l’imposizione di forme di governo dell’Ateneo molto diverse da quelle da noi  adottate nell’ultimo decennio che ci hanno permesso di crescere nella reputazione internazionale
- l’obbligo di assumere docenti provenienti da altre Università in un paese che fa di tutto per contrastare la mobilità a causa della carenza di servizi erogati
- pesanti incertezze sul destino dei giovani ricercatori che lavorano con noi per la mancanza di una programmazione nella progressione delle loro carriere
- scarsa attrattività della carriera accademica per le nuove generazioni poste di fronte a una serie di contratti a tempo determinato che aumenta il loro senso di precarietà.
L’approvazione di una legge che non tenga conto di queste criticità e di un programma pluriennale di finanziamento all’Università rischia di produrre una situazione anche peggiore dell’attuale.
Come si fa a gestire un Ateneo o a fare una programmazione adeguata quando ancora oggi non si conosce  l’ammontare del finanziamento statale del Politecnico relativo all’anno 2010?

Questa lettera nasce proprio dal desiderio di condividere con Voi questi sentimenti,  di chiedere la vostra comprensione, di cercare la vostra solidarietà.
Tutti noi del Politecnico vogliamo continuare la missione che da quasi 150 anni ci è stata affidata,  ma non possiamo  essere lasciati soli in balia di chi sta usando una falciatrice per fare di tutta l’erba un fascio, incurante di tagliare in un solo passaggio l’erba secca, quella verde e i fiori già cresciuti.
E’ proprio la capacità di distinguere il grano buono dalla gramigna che, insieme a Voi, indipendentemente da ogni fede politica,  vorremmo chiedere a questo nostro Paese. Vogliamo che non sia distrutto quanto di buono abbiamo, chiediamo con forza che si investa anche su quanto c’è di buono per renderlo ancora migliore.

Probabilmente molti di Voi si stanno ponendo un certo numero di interrogativi quali ad esempio: Cos’è l’autonomia dell’università? Le università sono tutte uguali? Chi sostiene economicamente le università? Perché i docenti fanno ricerca? Quali sono i doveri che la legge impone ai docenti universitari? Come si recluta un docente universitario? La ricerca italiana è così di basso livello come viene dipinta? E’ vero che le nostre università sono molto indietro nelle classifiche internazionali? I baroni esistono ancora? Il cosiddetto 3+2 è una iattura? Cosa vuol dire titolo legale?
A queste e ad altre domande, che potrete propormi scrivendo a comunicazioneatpolimi.it, sarà data una risposta sul sito Polimi nelle prossime settimane.

Cordiali saluti
Giulio Ballio

La lettera è alla pagina: http://www.polimi.it/lettera

Rettore dell'Università degli Studi di Torino

Il prof. Ezio Pelizzetti ha, invece, scritto la seguente lettera-appello aperta al Presidente del Consiglio, sottolineando che il ministro Gelmini non ha nemmeno risposto, presso "La Stampa" di Torino.

Illustre Presidente,
mi permetto di rivolgermi direttamente a Lei conoscendo la sua attenzione rispetto a tutte le eccellenze italiane. I contenuti di questo breve scritto sono in parte gli stessi che alcuni mesi fa l’Università di Torino illustrò in una lettera al ministro dell’Istruzione, Università e Ricerca. Siamo certi che il Ministro abbia preso nella debita considerazione le nostre riflessioni anche se - certo in ragione dei suoi onerosi impegni - non ha avuto finora modo di risponderci. Ci è parso quindi opportuno e doveroso segnalare anche a Lei alcuni elementi di valutazione per fare chiarezza soprattutto su una certa superficialità mediatica (che assume a volte i toni di un’offensiva campagna di stampa) con la quale spesso vengono affrontati i problemi dell’Università italiana, e che è a sua volta causa di disagio e sofferenza per chi nell’Università ben opera e di deplorevole equivoco per l’opinione pubblica.

E’ sintomatico in questo senso l’uso distorto e acritico che viene fatto delle classifiche internazionali di valutazione degli Atenei, le quali vedono spesso assai penalizzate le Università italiane, ma a motivo per lo più della inconfrontabilità di strutture e risorse: è evidente che molte università specie anglosassoni dispongono a volte di risorse che da sole sono pari all’intero finanziamento statale dell’Università pubblica italiana, hanno un numero limitato e fortemente selezionato di studenti che contribuiscono con tasse di iscrizione assai elevate, vantano un rapporto docenti/studenti davvero incommensurabile rispetto alle Università italiane. A tali condizioni il gap appare inevitabile, ma non si tratta - ciò è quanto si vorrebbe vedere evidenziato a livello di illustrazione mediatica - di un gap di qualità della ricerca e della didattica o di preparazione dei docenti e ricercatori, bensì appunto di una distanza di mezzi e di sistemi che auspichiamo possa essere colmata. Ne sono prova ad esempio il fatto che negli oggettivi indicatori Ocse appena pubblicati, mentre l’Italia risulta al penultimo posto in Europa per finanziamenti all’Università, la produttività scientifica certificata dei ricercatori italiani si pone addirittura al secondo posto: per usare un'espressione a Lei cara, un vero e proprio miracolo italiano.

Si pensi anche al problema della cosiddetta fuga dei cervelli: se ogni anno 35.000 laureati e dottori di ricerca italiani trovano impiego in centri di ricerca prestigiosi degli Stati Uniti e dell’Europa ciò significa che il livello di alta formazione espresso dall’Università italiana è fra i più elevati al mondo. A questo proposito però si pone un problema davvero drammatico: i 35.000 cervelli annualmente in uscita, a cui corrisponde un flusso in entrata di soli 4000 laureati e dottori di ricerca stranieri, sono costati allo stato e alle famiglie per la formazione circa 600 mila euro ciascuno: il che significa che l’Italia si priva di intelligenze di eccezionale valore (motivo di grande orgoglio ma di grande angoscia per l’intera società italiana) mentre elargisce generosamente ogni anno circa 20 miliardi di euro a Stati non certo bisognosi come gli Usa, l’Inghilterra, la Germania e la Francia. Se a ciò si aggiunge che dei 15 miliardi di € di contributi Ue per l’alta formazione pagati ogni anno dal nostro Paese ne ritornano soltanto 9, arriviamo a un totale di 26 miliardi di euro perduti ogni anno: uno spreco che grida vendetta.

Sono queste le sofferenze reali, di cui davvero poco si parla, e che coinvolgono non solo l’Università italiana ma l’intero sistema Paese e che rappresentano un allarme reale di fronte al quale impallidisce ogni reiterato e spesso non comprovato luogo comune sull’Università italiana. Un’Università, caro Presidente, che nonostante le enormi difficoltà, i mezzi sempre più scarsi, gli attacchi indiscriminati e le ingiurie ripetute che subisce - per lo più ingenerosamente - da molte parti, continua ad operare con impegno e sostanziale virtuosità come unica effettiva agenzia in Italia di realizzazione di progetti di ricerca, di innovazione e di formazione delle classi dirigenti. Un’Università quindi assolutamente disponibile a riforme condivise su basi valutative e meritocratiche, che va sostenuta e non umiliata perché continui a svolgere e sviluppare la sua insostituibile e non surrogabile missione al servizio del Paese al fine di impedirne il progressivo declino e di salvaguardarne la competitività internazionale.

La lettera è alla pagina: http://goo.gl/gD1r.

Rettore dell'Università degli Studi di Udine

La prof.ssa Cristiana Compagno, rettore, ha deciso in modo simile a quanto fatto dal Rettore del Politecnico di Milano di pubblicare la lettera nella home page del portale dell'Università.

L’Università di Udine denuncia con forza la mancanza da parte del Governo di una prioritaria e chiara individuazione delle risorse indispensabili per la sostenibilità e valorizzazione del sistema universitario. Nella ferma convinzione che ogni riforma debba essere accompagnata dalla certezza delle risorse, l’Ateneo di Udine fa appello alle forze parlamentari e agli attori politico-istituzionali locali e nazionali affinché il tema dell’università, della ricerca e dell’alta formazione venga posto come priorità dell’agenda politica per dare al sistema Paese prospettive di sviluppo e di crescita.

L’Università di Udine sta lavorando intensamente, con rigore, responsabilità e con i sacrifici imposti da un cronico sottofinanziamento, riconosciuto anche dal Ministero competente, per affermare i principi di qualità, di merito, di razionalità gestionale e di ottimizzazione delle risorse per fornire livelli eccellenti di formazione e di servizi agli studenti e per mantenere elevati standard internazionali di ricerca. In questo processo di sempre maggior qualificazione dell’Ateneo, i nostri 294 ricercatori svolgono un ruolo insostituibile e fondamentale.

Questo percorso virtuoso non può essere interrotto per i ritardi e le conseguenti gravi inadempienze del sistema politico nei confronti dell’università.

L’Università del Friuli, con grande senso di responsabilità sociale e istituzionale, nel rispetto del diritto allo studio, nel rispetto degli studenti e delle loro famiglie, garantirà l’attività didattica ma mobiliterà la forza di un’intera comunità universitaria di 20.000 persone per portare a conoscenza della Società intera i gravi problemi di sostenibilità e di sviluppo dell’Università Italiana.

Cristiana Compagno
Rettore dell’Università di Udine
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