I referendum

Ogni referendum abrogativo è una manifestazione esplicita del fallimento della classe politica sull'argomento del referendum.

Il prossimo fine settimana si dovrà votare circa la questione della gestione dell'acqua, del nucleare e del legittimo impedimento.

Sull'acqua il fallimento della classe politica è evidente e solo quelli in malafede fanno finta di non vedere: il decreto Ronchi e le leggi successive hanno permesso che in alcune parti d'Italia l'acqua diventasse una fonte di arricchimento per pochi senza portare quella razionalizzazione ed efficienza della gestione, scopo principale della legge.
Come prova, è sufficiente rispolverare la cronaca degli ultimi anni: in certi comuni del Lazio e della Toscana l'acqua è diventata un bene di lusso (per esempio, Report: caso di Aprilia, Fatto Quotidiano: Velletri). Ulteriori dati alla pagina http://www.repubblica.it/ambiente/2011/06/10/news/acqua_referendum-17504517/
I legislatori hanno fallito facendo una pessima legge e hanno fallito perché non hanno saputo porre rimedio ostinandosi a sostenere che questa è una legge necessaria. 
A mio avviso questo è sufficiente per votare SI.
Un ultimo pensiero: anche se domani mattina il governo decidesse di mettere mano alla legge per correggere gli errori in modo da sanare gli abusi correnti, io ritengo che si debba smettere con questa logica che lo Stato debba rinunciare alla gestione diretta di tutti i servizi in nome dell'efficientismo.
Ci sono alcuni servizi, beni, risorse (Acqua, Aria, Suolo, Energia, Telecomunicazioni, Ricerca) che devono rimanere a gestione pubblica perché, anche se meno efficiente, credo che oramai sia dimostrato che solo la gestione pubblica è in grado di garantire maggiormente la comunità sulla equa gestione del bene.
 

Sul nucleare la questione è più difficile. Da una parte è vero che, ancora una volta, affronteremo un referendum sotto una spinta emotiva dato dal recente disastro di Fukushima. Dall'altra però, ancora una volta, il governo ha voluto riaprire la questione nucleare nel modo più sbagliato omettendo i rischi e i costi reali della riapertura delle centrali in Italia.
Nonostante la campagna mediatica ad opera di Enel & c., riportare il nucleare in Italia richiederebbe oggi un finanziamento in denaro e tempo che l'Italia non può più permettersi. Quando si parla del costo del nucleare, si dovrebbero conteggiare non solo i costi di creazione delle centrali, ma anche quelli di approvvigionamento dell'uranio (l'Italia NON ha l'uranio!), quelli dell'arricchimento dello stesso per poter essere usato e quelli dello smaltimento. Solo la parola 'smaltimento' mi fa rabbrividire visto le recenti inchieste sull'intromissione della camorra nella gestione dei rifiuti tossici.
E poi il costo in tempo (ci vogliono almeno 15 anni per avere la prima centrale in funzione se si lavora senza intoppi), il rischio di terremoti o maremoti (i Giapponesi hanno costruito centrali in grado di sopportare terremoti anche di intensità 9, ma non avevano previsto che un maremoto potesse mettere fuori uso il sistema di raffreddamento), ecc. ecc.
Mi ha fatto piacere constatare che alcuni studiosi non impelagati con la politica italiana si siano espressi sulla questione sollevando in modo più chiaro e autorevole rispetto a questa mia nota le obiezioni sui costi e sui rischi. Vale la pena leggere le loro dichiarazioni: Carlo Rubbia e Alberto Barocas. Ulteriori dati alla pagina http://www.repubblica.it/ambiente/2011/06/10/news/nucleare_ricci-17504165

Sul legittimo impedimento... no comment.